Il bullismo è una tra le possibili manifestazioni di aggressività messe in
atto dai bambini e dagli adolescenti.
Sebbene non sia sempre semplice riconoscere ad un primo sguardo
le differenti tipologie di comportamenti aggressivi, è però possibile
distinguere quelli più specifi camente riconducibili alla categoria
“bullismo” da quelli che, invece, non entrano a far parte di questo
fenomeno.
Una prima categoria di comportamenti non classificabili come
bullismo è quella degli atti particolarmente gravi, che più si avvicinano
ad un vero e proprio reato. Attaccare un coetaneo con coltellini o
altri oggetti pericolosi, fare minacce pesanti, procurare ferite fi siche
gravi, commettere furti di oggetti molto costosi, compiere molestie
o abusi sessuali sono condotte che rientrano nella categoria dei
comportamenti antisociali e devianti e non sono in alcun modo
defi nibili come “bullismo”.
Allo stesso modo, i comportamenti cosiddetti “quasi aggressivi”, che
spesso si verifi cano tra coetanei, non costituiscono forme di bullismo.
I giochi turbolenti e le “lotte”, particolarmente diffusi tra i maschi,
o la presa in giro “per gioco” non sono defi nibili come bullismo in
quanto implicano una simmetria della relazione, cioè una parità di
potere e di forza tra i due soggetti implicati e una alternanza dei ruoli
prevaricatore/prevaricato.
A contribuire alla difficoltà di distinguere con chiarezza che cosa sia
il bullismo e, soprattutto, ad ostacolare gli interventi per contrastarlo,
giocano un ruolo di rilievo alcuni pregiudizi e luoghi comuni diffusi
nell’immaginario collettivo.
Alcune tra le idee preconcette più diffuse sono:
• Il bullismo, in fondo, è solo “una ragazzata”.
Al contrario, gli atti bullistici sono tutt’altro che un gioco, anche
se spesso i bulli si nascondono dietro a questa giustifi cazione per
evitare la punizione.
• Il bullismo fa parte della crescita, è una fase normale che serve a
“rafforzarsi”.
In realtà il bullismo non è un fenomeno fisiologicamente connesso
alla crescita e non serve affatto a rinforzare, ma crea disagio e
sofferenza sia in chi lo subisce che in chi lo esercita.
• Chi subisce le prepotenze dovrebbe imparare a difendersi.
La vittima non è in grado di difendersi da sola e il continuo subire
prepotenze non la aiuta certo a imparare a farlo, ma aumenta il suo
senso di impotenza.
• Le caratteristiche esteriori della vittima rivestono un ruolo
fondamentale.
Si pensa comunemente che ad influire in modo decisivo nella
“designazione della vittima” intervengano l’aspetto fi sico e alcuni
particolari esteriori come l’essere in sovrappeso, avere i capelli rossi,
portare gli occhiali, avere un difetto di pronuncia. In realtà molti
bambini possiedono tali caratteristiche, senza per questo essere
vittime di atti di bullismo. Piuttosto, spesso i bulli portano tali
elementi come “giustificazione” per i loro gesti.
• Il bullismo è un fenomeno proprio delle zone più povere e
degradate, è più diffuso nelle grandi città, nelle scuole e nelle classi
più numerose.
Tali convinzioni non trovano riscontro nella realtà. Il bullismo
è infatti altrettanto diffuso nelle zone più benestanti dal punto di
vista socioeconomico, così come nelle scuole e nelle classi meno
numerose.
• Il bullismo deriva dalla competizione per ottenere buoni voti a
scuola.
Talvolta si crede che il bullo agisca aggressivamente in seguito alle
frustrazioni per i ripetuti fallimenti scolastici: questa opinione non
ha fondamento, anche perché sia i bulli che le vittime ottengono a
scuola voti più bassi della media.
• Il bullo ha una bassa autostima e al di là delle apparenze è ansioso
e insicuro.
Il bullo è un soggetto con un forte bisogno di dominare sugli altri ed è
incapace di provare empatia. Generalmente non soffre di insicurezza o
ansia, e la sua autostima è nella norma o addirittura superiore alla media.
|
|
|